Il Cammino di Santiago di Messina

I cammini di Santiago principali dalla Francia

Durante il medioevo le strade d’Europa erano percorse da pellegrini diretti ai grandi santuari della Cristianità, in particolare a Santiago de Compostela, a Roma e a Gerusalemme.

La Sicilia non faceva eccezione. L’isola era solcata da numerose vie di pellegrinaggio, costellate di ostelli per viandanti.

Tutte le strade confluivano però in un unico punto: a Messina.

Era infatti qui che i pellegrini siciliani si imbarcavano per giungere presso i centri sacri di tutto il Mediterraneo.

Ben presto però, poiché tali viaggi erano lunghi e pericolosi, i fedeli ottennero che alcune reliquie, in particolare quelle di San Giacomo (e cioè “Sant’Iago”), venissero portate sull’isola ed evitassero loro di dover attraversare la Spagna infestata dai mori.

La più antica e importante di queste reliquie fu “la giuntura del dito di San Giacomo”, dapprima portata in gran pompa a Capizzi, sui Nebrodi, e poi traslata a Messina con grande sdegno dei Capitini.

Un momento della festa di San Giacomo a Capizzi

Tanta fu l’ira per essersi visti derubati di tale prodigioso resto sacro, che ancora oggi a Capizzi, durante la processione patronale, i devoti scaraventano ripetutamente la Vara di San Giacomo contro la casa appartenuta al responsabile del gesto.

I pellegrini invece furono probabilmente più contenti: invece di raggiungere la Galizia (o perfino Capizzi), da allora in poi bastò visitare la più comoda Messina.

La Chiesa di San Giacomo “l’Ammazzamori” è stata di recente rinvenuta proprio alle spalle del Duomo e l’Apostolo è ancora patrono di Camaro e di diversi centri della provincia.

Dalla Chiesa di Camaro, la processione di fine Luglio vede l’arrivo al Duomo della Vara d’argento del Santo e un rituale unico nel suo genere, che prevede anche il veloce rientro a Camaro dei fedeli per ricordare (scongiurandolo) un tentativo di furto avvenuto nel ‘700.

Per quanto riguarda tale episodio, non sappiamo però se i ladri volessero impadronirsi proprio della sacra reliquia o piuttosto del suo contenitore d’argento.

Il sacro contenitore d’argento di San Giacomo di Camaro, contenente la giuntura del dito di San Giacomo

Ancora oggi, specialmente in relazione con l’“Anno Santo Jacopeo”, ovvero quando il 25 di luglio (festa di Santiago) cade di domenica, anche Messina viene nuovamente raggiunta dai moderni pellegrini, che da tutta la Sicilia vengono a omaggiare la giuntura del dito di San Giacomo.

In queste occasioni, la Parrocchia Maria SS Incoronata a Camaro, ottiene un privilegio speciale. Utilizzando un termine tecnico, infatti, i pellegrini “potranno lucrare l’Indulgenza Plenaria” visitando tale chiesa e recitando il Padre Nostro e il Credo.

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6 thoughts on “Il Cammino di Santiago di Messina

  1. Non è affatto vero che la Reliquia di San Giacomo sia stata portata tutta a Messina: Metà è stata lasciata a Capizzi e metà per invidia da parte dell’Arcivescovo che commise abusi, e per ordine regio e del Papa è stata portata a Messina.
    Poi non risulta nessun documento che dice che con i miracoli scaraventano contro il muro della casa del cavaliere che ha portato le reliquie. La tradizione orale afferma che si trattava di una sinagoga frequentata dalla comunita degli ebrei di Capizzi, e con Ferdinando il Cattolico la batterono con la vara del Santo Apostolo.

    • Non tutta la reliquia di San Giacomo, infatti, ma solo la “Giuntura del dito”. Per quanto riguarda il motivo della strana processione inoltre le tradizioni sono molteplici (come sempre accade in casi simili) e nessuna alla fine risulta provabile.

      • Segnalo il link http://www.edizionicompostellane.com/download/Arlotta-Santiago_e_Sicilia.pdf da cui si può scaricare l’articolo “Santiago e la Sicilia” (Università di Perugia 2002). In esso il prof. Arlotta, alle pagine 65-67 parla di Capizzi e, in particolare, alle pagine 89-92 pubblica il documento inedito del 1435 in cui si spiega il trasferimento da Capizzi a Messina di alcune reliquie di santi, tra cui la “giuntura” di un dito di San Giacomo, cioè uno dei tre segmenti d’osso che compongono un dito. UN UNICO OSSO, dunque, come attestano i documenti. Tutta la reliquia misurava circa 1 cm. Piccola, ma molto importante perché apparteneva al Santo patrono di tutte le Spagne, per cui – è scritto nei documenti, da leggere con molta attenzione – non poteva essere venerata in un piccolo centro come Capizzi, ma doveva essere trasferita TUTTA INTERA in una prestigiosa destinazione della Sicilia spagnola, quale poteva essere il duomo di Messina. D’altronde il citato documento del 1435 non parla di mezza reliquia rimasta a Capizzi e mezza trasferita a Messina. E, allora, il frammento osseo oggi custodito a Capizzi e attribuito a San Giacomo? Basta verificare se è compatibile con la reliquia di Messina e trarre le debite conclusioni. Non sarebbe l’unico falso!
        Dunque, nel 1435 Sancio d’Heredia, nobile spagnolo residente a Capizzi, trasferì TUTTA INTERA la “giuntura” di un dito di San Giacomo, nel duomo di Messina. Non è difficile immaginare la rabbia dei Capitini scatenata contro la casa del nobile Heredia. È quella stessa rabbia che ancora oggi guida il fercolo del Santo scaraventato contro il muro nella piazza dei Miracoli. Se poi qualcuno vuole vedere il muro di una sinagoga, abbattuta più precisamente sotto Ferdinando il Cattolico, è libero di farlo.

  2. Non si parla più di Capizzi, perchè si è voluta dare importanza solo a Messina essendo una città molto più grande è più famosa di un piccolo centro dei Nebrodi. Poi nei documenti (si veda Niccolò Larcan e Lanza nelle sue Memorie della Città di Capizzi e lo storico Nicola Russo di Capizzi nelle Appendici del 1852 pag. 23 ) si parla sempre che quasi di tutte le Reliquie, la metà siano rimaste a Capizzi. La giuntura del dito del Santo Apostolo compacia perfettamente con quella di Messina. Lo stesso reliquiario ha la stessa forma e si precisa che hanno la stessa epoca di realizzazione. Poi non ho mai sentito dire che la reliquia misurava circa 1 cm.

    • Francesco sostiene che «nei documenti si parla sempre che quasi di tutte le Reliquie, la metà siano rimaste a Capizzi» e chiama a testimoni due illustri storici del ridente centro nebroideo: Niccolò Larcan e Nicola Russo. Ma leggiamo cosa scrivono i due storici capitini.
      Niccolò Larcan nelle sue “Memorie topografiche della città di Capizzi” del 1791, parla delle «rinomate Relique dei Santi» a Capizzi, – tra cui «il Dito dell’Apostolo S. Giacomo il Maggiore – …le quali furono portate da Sancio d’Eredia, Regio Milite, per comando del suddetto Re Alfonso, a di cui istanza Papa Eugenio IV, per sua Bolla data in Roma l’anno 1431, concedette gravi tesori d’Indulgenze a chiunque si fosse portato a venerare si fatte Reliquie, che presso la Chiesa di S. Giacomo si custodivano. Indi a preghiere del mentovato Sancio, essendone egli efficacemente spinto da Bartolomeo de Attolis o Grattellis, Arcivescovo di Messina, divenne il suddetto Papa ad accordare che le medesime Reliquie si fossero trasportate in quella Cattedrale, sulla condizione di doversi annualmente il dì 25 di Luglio con solennità portare in processione; e ciò omesso anche per una fiata, si dovessero alla nostra Città restituire, come lasciò scritto l’Abate Pirri», (si legga il brano alle pp. 35-36 della riedizione del Larcan nel 2008).
      Niccolò Larcan, dunque, non dice assolutamente che la metà delle reliquie sono rimaste a Capizzi. E non lo dice nemmeno Nicola Russo che nella sua “Appendice Prima” del 1852, alle pagine 26-27 riporta la «Lista delle SS. Reliquie da Capizzi trasportate in Messina nel 1435» in cui, tra l’altro, segnala il «Digitus Sancti Jacobi Maioris Apostoli».
      Sia Larcan che Russo, dunque, riportano la stessa notizia: nel 1435 tutte le Reliquie furono portate a Messina, incluso il Dito di San Giacomo. Nessuno dei due dice che metà delle reliquie elencate restarono a Capizzi.

      Io continuo a dire che non è difficile immaginare la rabbia dei Capitini scatenata contro la casa del nobile Heredia, quando costui nel 1435 trasferì le reliquie da Capizzi a Messina. È quella stessa rabbia che ancora oggi l’etnoantropologo può cogliere nei gesti dei Capitini che guidano il fercolo del Santo, scaraventandolo contro il muro di quella casa posta nella piazza dei Miracoli. Si veda il documentario di Nino Cadili: http://www.youtube.com/watch?v=Go3EZ9WTBUs

      Dopo il 1435, bisogna aspettare più di cento anni per avere altre notizie di queste reliquie, come scrive lo stesso Nicola Russo alla pag. 23: «…Di esse anche si fa cenno in un breve Pontificio del 18 luglio 1550 e nell’inventario dei sacri arredi della Chiesa Madre fatto a 1 gennaro 1573…».
      Di questi documenti credo che si sia persa traccia e, per di più, non esiste nessun altro documento o narrazione (né a Messina né a Capizzi) per sapere come queste reliquie siano state restituite (ammesso che siano state restituite) dal Duomo di Messina alla Chiesa di Capizzi.
      Francesco, a tale proposito, afferma che «la giuntura del dito del Santo Apostolo [di Capizzi] combacia perfettamente con quella di Messina». Ovviamente egli ha l’obbligo deontologico di dire che la sua non è una affermazione gratuita e, di conseguenza, dovrà dirci chi ha fatto la verifica del combaciamento dei due frammenti ossei e qual è il documento che attesta l’evento.

      C’è un’altra affermazione di Francesco a proposito dei reliquiari di Capizzi e di Messina, quando egli scrive che essi hanno «la stessa forma, e si precisa che hanno la stessa epoca di realizzazione». La Dott.ssa Grazia Musolino, della Soprintendenza di Messina, scrive che il reliquiario argenteo messinese, alto cm 75, ha la forma di un braccio, nella cui mano è posta una conchiglia sormontata da una teca a tempietto, e «potrebbe essere databile tra la fine del XV e la metà del XVI secolo». Il reliquiario di Capizzi, invece, è totalmente diverso, per cui vorrei pregare Francesco di darci notizie più precise sui due reliquiari.

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